
Ed il silenzio era sempre più fitto, di giorno in giorno, nelle case, sulle strade del Capolinea. Dolores però, usciva con Cecilia al guinzaglio, vestita di rosso, con due scarpette rosse ai piedi e cantava. Chiunque la guardava, quasi tutti la conoscevano, Dolores, ma al primo sguardo, prima di capire che era lei, chiunque sentiva che quella creatura non apparteneva a questo mondo, al primo impatto, quasi non si sapeva dire chi fosse, anche se la si conosceva da anni.
Era primavera e Dolores portava le prime ciliegie fino alla piazza, bisognava barattarle con qualcos’altro che servisse alla mamma, ad Adela, alla Locanda. Aveva caricato il cesto sul dorso della capra e cantava con quel nastro di raso rosso in mano.
Non pensava a tanto, Dolores che saltellava con una capra al guinzaglio. Però non le piaceva che Adela non parlasse più. Non le piaceva che per le strade, marciassero soldati che bussavano a tutte le porte, che, se non aprivi, ti buttavano giù l’uscio a calci. Soldati che, piano, piano stavano portando via tutti. Rimanevano soltanto le donne e qualche bambino. E dalla scorsa guerra non era più tornato nessuno. Non le piaceva che non tornasse mai nessuno di tutti quelli che si portavano via. Non le piaceva lo sguardo che aveva la gente, era come quello di Adela: non ci vedevi dentro niente.
Dolores, in mezzo tutto quel silenzio, cantava. Nonostante tutto quel silenzio.
Prendersi il diritto di spezzare il silenzio altrui non
è cosa da poco, non è cosa da
poco cantare quando tutti tacciono. Cantare, quando loro stanno facendo silenzio da mille secoli, ora mai.
Al Capolinea tutti portano il peso di mille secoli di silenzio.
In realtà non lo sapevano quanto tempo fosse passato, ma si era cominciato a chiamarle così quelle guerre che non le sentivi e non sapevi neppure dove e neppure quando tutto quanto accadesse, non lo vedevi lo sfacelo, il corpo, il sangue, i vermi nelle viscere dei cadaveri, la puzza, i morti non li vedevi. Quello, per lo meno, quello sarebbe stato qualcosa, sarebbe stato un grido. Invece No. Restava soltanto il silenzio: mille secoli di silenzio.
Prendersi il diritto di spezzare il silenzio altrui non è cosa da poco, non è cosa da poco cantare quando tutti tacciono. Cantare e non capire il loro tacere, cantare comunque e non poterlo evitare.
Sapendo che si tratta di una scheggia di vetro nell’acqua.
È una di quelle cose che nessuno può spiegare, una di quelle cose di cui non si saprebbe parlare e non lo si sa se precisamente si tratti di forza o di coraggio o magari di sfacciataggine soltanto. Il fatto è che non lo si può capire se non lo si può fare. È come innamorarsi: camminare con due scarpette rosse ai piedi, sul bilico di mille secoli di silenzio.
Dolores camminava sulle sue scarpette rosse, preceduta da qualche petalo dei fiori che portava tra i capelli
e cantava.
Alcuni soldati del plotone 9999 marciavano lungo la Grande via, le donne si addossavano ai muri cadenti delle case per guardarli passare.
Arrivati alla piazza Centrale, alla piazza del mercato, ruppero le righe per un po’ di sosta dopo anni eterni di cammino, prima della partenza per il fronte.
Il Generale Fernando Della Riva stava in sella al suo cavallo bianco, con aria seria e fiera, pensava. In chilometri e chilometri di viaggio avevano raccolto centinaia di soldati e, seguendo le orme sulle strade battute da secoli dai plotoni, esercito dopo esercito, erano giunti alla città del Capolinea. Tra breve si sarebbe partiti per il Fronte.
Lui era partito come soldato semplice, aveva appena diciotto anni quando lo reclutarono, passando per il suo paesello di montagna. Ma, in anni e anni di cammino, aveva fatto carriera, era sempre stato dalla parte giusta e, con i compagni, ci sapeva fare, lui. Così, una volta morto di vecchiaia il Generale Diego Guizzando, successore del Generale Marino Palma, diretto inviato del Governo, furono i soldati a volerlo vedere al comando, Fernando. Erano passati parecchi mesi dalla nomina, e il suo potere, era ora mai consolidato.
Sapeva parlare, il Generale Fernando, sapeva sempre che cosa dire e li aveva convinti, li aveva convinti tutti che era giusto così, che non poteva andare diversamente, che, a quel lontano fronte bisognava arrivarci, per non rendere vani, anni e anni dei sacrifici dei compagni d'armi. Diceva che quella guerra bisognava vincerla per le donne e per i bambini, per restituire loro lo splendore dell’età antica, di cui, qualcuno, ancora narrava. Prima della decadenza, prima della guerra, prima del Capolinea e prima del fronte. Prima.
Bisognava soltanto vincere la guerra e tutto sarebbe tornato, diceva Fernando.
Fernando sapeva parlare, ma non sapeva che cosa pensare. Era difficile sapere che cosa pensare. Era difficile avere la responsabilità del pensiero di un plotone intero. Da un giorno all’altro non c’era più stato nessuno a dirgli che cosa doveva pensare. Era spaesato. Sapeva soltanto che bisognava arrivare al Capolinea e prendere quel maledettissimo treno, era questo che sapeva. Doveva condurli tutti a quel treno, senza permettere che nessuno scappasse, con le buone o con le cattive, dovevano salire su quel treno. Quello era il compito che gli spettava: condurli tutti al fronte.
Non devi pensare, Fernando… si diceva, di tanto in tanto, quando la domanda… Perché lo stai facendo? Cominciava a battere troppo forte nelle sue tempie. È che si stava perdendo il senso di tutto, non restava nulla da salvare e nulla che salvasse, in tutto quel silenzio. Dunque procedeva, come da comando, senza pensare, come da comando.
Ruppe le righe del plotone 9999. Trottò un poco in tondo per la piazza, mentre guardava i suoi soldati che venivano pietosamente sfamati da qualche anziana signora del posto.
Trottò un poco in lungo e un poco in largo e guardava la gente passare. Si accorse che, più gli anni passavano, meno, la gente che incontravano, parlava. Parevano quasi in trance, alle volte: avevano lo sguardo perso nel nulla e le labbra che lo vedevi che erano fredde, smorte, vuote.
Trottò in giro, Fernando, sempre più annoiato dal silenzio di quelle strade, reso irrequieto da quell’aria estatica che si addensava nelle vie. Lui era un uomo d’azione, o se non altro, così gli avevano detto che doveva essere e non poteva sopportare tutta quella calma, non era cosa per lui, gli avevano detto.
Prese a galoppare lungo strade vuote, verso il fiume, Fernando, veloce, molto veloce, fino a che non gli parve di sentire cantare. Frenò di colpo e svoltò l’angolo.
Scendeva da una stradina una ragazza vestita di rosso, con tanti fiori tra i lunghissimi capelli corvini e portava al guinzaglio una capra. Un petalo arrivò a Fernando che non si mosse d’un solo passo. Era immobile e la guardava avvicinarsi.
La ragazza aveva un’aria completamente indifferente, come se neanche avesse notato la presenza di quel Generale, fiero, a cavallo del suo destriero. E la ragazza continuava a cantare.
Fernando, per un poco, quasi credete d’avere avuto una visione, era come se non riuscisse realmente a capacitarsi di quella presenza. Gli pareva un sogno, un’apparizione leggera e sottile, come una ninfa o una fata, uno spirito di fiaba. Non sembrava appartenere alla realtà dei sensi, sembrava essere parte di qualche altrove, più in alto o più lontano, ma non quella polvere, non quella strada, non quel silenzio.
Lei gli passò accanto, gli passò accanto senza degnarlo d’uno sguardo, spargendo profumo e petali di fiore. Fernando rimase immobile, ancora per qualche secondo, poi, quando si accorse che la stava perdendo, d’istinto, le corse appresso.
- Signorina, Signorina… mi perdoni! Signorina…
Lei si voltò e, finalmente.
- Signorina…
- Dimmi, Signore. Desideri qualche ciliegia? Sono buone, sai. Le coltivo io sul tetto della Locanda. Guarda: quella è la Locanda, quella alta trentasette piani, a sette lati, costruita sull’argine del fiume. Vedi lassù spuntare i rami? Le coltivo lì. Vuoi qualche ciliegia? Però cosa mi dai in cambio?
Fernando era spaesato
- Sì, certamente… vorrei le sue ciliegie. Dieci, prendo dieci delle sue ciliegie, Signorina. Ed il suo nome, vorrei.
Disse arrossendo, il Generale.
- Il mio nome? E che te ne fai del mio nome, Signore?
- Lo vorrei sapere, Signorina.
- E quando lo sai? Che te ne fai, Signore?
Avrebbe voluto dirle che, almeno, sapendo il suo nome, avrebbe potuto chiamarla nei sogni che avrebbe fatto, perché sapeva con chiarezza che, da quell’attimo fino alla fine del mondo, non ci sarebbe stata una sola notte, un solo pensiero, una sola visione, una sola fantasia, una sola immagine della sua mente che non sarebbe appartenuta a quella creatura. Decise che neppure una fibra del suo corpo, neppure un brandello della sua anima sarebbe stato escluso da quel possesso, da quel darsi in dono e in pasto a quelle due labbra rosse di bambina e nulla, nulla al mondo avrebbe potuto evitarlo.
Eppure rispose:
- Quando lo so me lo posso ricordare per tornare a domandarle altre ciliegie, Signorina.
- Io ti do le mie ciliegie , ma tu che cos’hai da darmi in cambio?
- Il mio cavallo! Guardi, è bello e forte.
- Accetto, signore. Piacerà molto alla mamma il tuo cavallo, ne sono rimasti pochi e quelli li avete solo voi soldati. Eccoti dieci ciliegie, Signore, con il mio nome: Dolores. È così che mi chiamo, Signore.
- Dolores…
- Sì, Dolores…
Fernando scese da cavallo e tese le briglie alla ragazza, fissandola negli occhi nerissimi. Lei le strinse in mano, ricambiando lo sguardo di quel bizzarro signore dallo sguardo chiaro.
E disse:
- Lo chiamerò Bizzarro.
- Chi chiamerà Bizzarro, Signorina?
- Il cavallo.
- Perché?
- Perché così mi tornerai in mente tu.
Fernando non seppe precisamente che cosa dire. E rimase fermo, come di pietra, mentre Dolores ricominciava a camminare verso la piazza Centrale, indeciso sul dafarsi, si limitò a correrle nuovamente appresso.
Lei gli domandò se volesse altre ciliegie, lui le disse che era lei che voleva.
A Dolores la cosa parve estremamente divertente e quell’uomo sempre più bizzarro. Si mise a ridere dicendo soltanto che le andava bene e riprese il suo canto con lui che le camminava affianco.
Giunsero alla piazza e lei prese a svolgere i soliti affari.
Lui, nel frattempo, pensava: non ci voleva andare al fronte. Perché avrebbe dovuto? Non c’era nessuno a dirgli che cosa doveva pensare e lui pensava che, andare, fosse un’enorme baggianata. Perché avrebbe dovuto ora che aveva incontrato Dolores? Non la conosceva che da qualche ora, ma era certamente una ragione valida per restare.
Era questo che pensava il Generale degli occhi chiari, era questo che pensava quando non c’era nessuno a dirgli che cosa pensare.
Ora, però non poteva lasciare intendere al plotone 9999 le sue intenzioni: avrebbe fatto finta di nulla fino alle dieci del mattino seguente, alla stazione avrebbe fatto salire l’intero plotone su quel maledettissimo treno, li avrebbe fatti salire tutti, fino all’ultimo, com’era suo dovere e lui, lui sarebbe rimasto.
Nessuno se ne sarebbe accorto, non in tempo, per lo meno.
Non poteva partire. Lei cantava. L’aveva sentita cantare tra tutto quel silenzio, dopo mille secoli di silenzio lei cantava.
Non poteva lasciarla andare, perdere quella creatura per morire tra le grida, dopo una vita intera di silenzio. Non poteva morire in un grido dopo tutto quel silenzio. Non poteva accettare. Non ora che aveva visto che, dopo mille secoli di silenzio, c’era ancora una bambina che cantava.
Sarà una bambina che canta, quando, al mondo non è più rimasto null’altro che silenzio, sarà una bambina che canta nonostante tutto che ti spingerà a restare, quando sarebbe più semplice morire.
Dolores caricò il ricavato dal baratto delle ciliegie sul dorso di Bizzarro: fiammiferi, legna, pezza e stracci, candele e vedtiti. Poi, verso il tramonto, si avviò nuovamente verso casa cantando tenendo un cavallo per le briglie e una capra per un nastro di raso rosso.
Ma, vedendo che quel signore bizzarro non la seguiva più, Dolores si voltò:
- Non vieni con me, Signore?
- Vuoi che venga con te, Dolores?
Le disse, dandole finalmente del tu, senza timore.
- Sì, lo vorrei, mi piace come mi cammini accanto.
- E a me piace camminarti accanto, Dolores, non immagini neppure quanto. Tornerò da te domani mattina, verrò alla Locanda. Se non mi vedi tornare, però, se non mi vedi, ricordati soltanto che mi chiamo Fernando.
- Così, nei sogni, potrò chiamarti per nome?
- Sì, esatto.
Dolores si voltò e cantò e Fernando sorrise, quasi piangendo. Doveva farcela, doveva scamparla, questa guerra. Poi sarebbe fuggito lontano assieme a lei. Sarebbe stato perfetto. Sarebbero andati lontano, fino all’Oceano. Quando era bambino la nonna gli diceva sempre che, se avesse corso per anni verso dove tramontava il sole. Dopo aver corso per anni, sempre dietro al sole, avrebbe trovato l’Oceano, gli diceva, avrebbe trovato il confine, lì, dove non abitava più nessuno, solo qualche pescatore che non aveva mai sentito neppure narrare del silenzio del Capolinea, del Fronte e dei mille secoli di guerra. In pochi ricordavano la strada per quei posti, in pochi sapevano che l’Oceano esisteva, ma, sua nonna, diceva, sua nonna ci era nata e gli raccontava mille volte della sabbia e del sale e del sole che si specchiava sulle onde prima di morire e della schiuma e delle barche a vela e delle reti dei pescatori dalla pelle scura.
Sua nonna aveva tenuto a mente la strada, quando, con mamma e papà, era dovuta fuggire nell’entroterra per via di una lite tra le famiglie potenti della costa. Aveva tenuto alla mente ogni passo dei decenni di cammino, perché voleva che qualcuno, nella sua famiglia, qualcuno tornasse fino all’Oceano. Semplicemente tornasse. Tornasse a salutarlo tutto, a salutarlo fino alla fine, goccia per goccia, a salutarne ogni goccia per la bambina che, sulle barche a vela, lei era stata.
Sarebbero scappati prima che nuovi plotoni scendessero fino al Capolinea. Sarebbe sparito per sempre tra i pescatori dell’Oceano, ora che era libero di pensare, non pensava che a Dolores e questo gli bastava per rischiare di venire condannato come disertore. Ma non sarebbe successo, No. Nella posizione in cui era poteva permetterselo: li avrebbe fatti salire tutti e poi, si sarebbe dileguato.





