sabato 24 maggio 2008

Mille secoli di silenzio. (parte 2)


Ed il silenzio era sempre più fitto, di giorno in giorno, nelle case, sulle strade del Capolinea. Dolores però, usciva con Cecilia al guinzaglio, vestita di rosso, con due scarpette rosse ai piedi e cantava. Chiunque la guardava, quasi tutti la conoscevano, Dolores, ma al primo sguardo, prima di capire che era lei, chiunque sentiva che quella creatura non apparteneva a questo mondo, al primo impatto, quasi non si sapeva dire chi fosse, anche se la si conosceva da anni.

Era primavera e Dolores portava le prime ciliegie fino alla piazza, bisognava barattarle con qualcos’altro che servisse alla mamma, ad Adela, alla Locanda. Aveva caricato il cesto sul dorso della capra e cantava con quel nastro di raso rosso in mano.

Non pensava a tanto, Dolores che saltellava con una capra al guinzaglio. Però non le piaceva che Adela non parlasse più. Non le piaceva che per le strade, marciassero soldati che bussavano a tutte le porte, che, se non aprivi, ti buttavano giù l’uscio a calci. Soldati che, piano, piano stavano portando via tutti. Rimanevano soltanto le donne e qualche bambino. E dalla scorsa guerra non era più tornato nessuno. Non le piaceva che non tornasse mai nessuno di tutti quelli che si portavano via. Non le piaceva lo sguardo che aveva la gente, era come quello di Adela: non ci vedevi dentro niente.

Dolores, in mezzo tutto quel silenzio, cantava. Nonostante tutto quel silenzio.

Prendersi il diritto di spezzare il silenzio altrui non

è cosa da poco, non è cosa da

poco cantare quando tutti tacciono. Cantare, quando loro stanno facendo silenzio da mille secoli, ora mai.

Al Capolinea tutti portano il peso di mille secoli di silenzio.

In realtà non lo sapevano quanto tempo fosse passato, ma si era cominciato a chiamarle così quelle guerre che non le sentivi e non sapevi neppure dove e neppure quando tutto quanto accadesse, non lo vedevi lo sfacelo, il corpo, il sangue, i vermi nelle viscere dei cadaveri, la puzza, i morti non li vedevi. Quello, per lo meno, quello sarebbe stato qualcosa, sarebbe stato un grido. Invece No. Restava soltanto il silenzio: mille secoli di silenzio.

Prendersi il diritto di spezzare il silenzio altrui non è cosa da poco, non è cosa da poco cantare quando tutti tacciono. Cantare e non capire il loro tacere, cantare comunque e non poterlo evitare.

Sapendo che si tratta di una scheggia di vetro nell’acqua.

È una di quelle cose che nessuno può spiegare, una di quelle cose di cui non si saprebbe parlare e non lo si sa se precisamente si tratti di forza o di coraggio o magari di sfacciataggine soltanto. Il fatto è che non lo si può capire se non lo si può fare. È come innamorarsi: camminare con due scarpette rosse ai piedi, sul bilico di mille secoli di silenzio.

Dolores camminava sulle sue scarpette rosse, preceduta da qualche petalo dei fiori che portava tra i capelli

e cantava.

Alcuni soldati del plotone 9999 marciavano lungo la Grande via, le donne si addossavano ai muri cadenti delle case per guardarli passare.

Arrivati alla piazza Centrale, alla piazza del mercato, ruppero le righe per un po’ di sosta dopo anni eterni di cammino, prima della partenza per il fronte.

Il Generale Fernando Della Riva stava in sella al suo cavallo bianco, con aria seria e fiera, pensava. In chilometri e chilometri di viaggio avevano raccolto centinaia di soldati e, seguendo le orme sulle strade battute da secoli dai plotoni, esercito dopo esercito, erano giunti alla città del Capolinea. Tra breve si sarebbe partiti per il Fronte.

Lui era partito come soldato semplice, aveva appena diciotto anni quando lo reclutarono, passando per il suo paesello di montagna. Ma, in anni e anni di cammino, aveva fatto carriera, era sempre stato dalla parte giusta e, con i compagni, ci sapeva fare, lui. Così, una volta morto di vecchiaia il Generale Diego Guizzando, successore del Generale Marino Palma, diretto inviato del Governo, furono i soldati a volerlo vedere al comando, Fernando. Erano passati parecchi mesi dalla nomina, e il suo potere, era ora mai consolidato.

Sapeva parlare, il Generale Fernando, sapeva sempre che cosa dire e li aveva convinti, li aveva convinti tutti che era giusto così, che non poteva andare diversamente, che, a quel lontano fronte bisognava arrivarci, per non rendere vani, anni e anni dei sacrifici dei compagni d'armi. Diceva che quella guerra bisognava vincerla per le donne e per i bambini, per restituire loro lo splendore dell’età antica, di cui, qualcuno, ancora narrava. Prima della decadenza, prima della guerra, prima del Capolinea e prima del fronte. Prima.

Bisognava soltanto vincere la guerra e tutto sarebbe tornato, diceva Fernando.

Fernando sapeva parlare, ma non sapeva che cosa pensare. Era difficile sapere che cosa pensare. Era difficile avere la responsabilità del pensiero di un plotone intero. Da un giorno all’altro non c’era più stato nessuno a dirgli che cosa doveva pensare. Era spaesato. Sapeva soltanto che bisognava arrivare al Capolinea e prendere quel maledettissimo treno, era questo che sapeva. Doveva condurli tutti a quel treno, senza permettere che nessuno scappasse, con le buone o con le cattive, dovevano salire su quel treno. Quello era il compito che gli spettava: condurli tutti al fronte.

Non devi pensare, Fernando… si diceva, di tanto in tanto, quando la domanda… Perché lo stai facendo? Cominciava a battere troppo forte nelle sue tempie. È che si stava perdendo il senso di tutto, non restava nulla da salvare e nulla che salvasse, in tutto quel silenzio. Dunque procedeva, come da comando, senza pensare, come da comando.

Ruppe le righe del plotone 9999. Trottò un poco in tondo per la piazza, mentre guardava i suoi soldati che venivano pietosamente sfamati da qualche anziana signora del posto.

Trottò un poco in lungo e un poco in largo e guardava la gente passare. Si accorse che, più gli anni passavano, meno, la gente che incontravano, parlava. Parevano quasi in trance, alle volte: avevano lo sguardo perso nel nulla e le labbra che lo vedevi che erano fredde, smorte, vuote.

Trottò in giro, Fernando, sempre più annoiato dal silenzio di quelle strade, reso irrequieto da quell’aria estatica che si addensava nelle vie. Lui era un uomo d’azione, o se non altro, così gli avevano detto che doveva essere e non poteva sopportare tutta quella calma, non era cosa per lui, gli avevano detto.

Prese a galoppare lungo strade vuote, verso il fiume, Fernando, veloce, molto veloce, fino a che non gli parve di sentire cantare. Frenò di colpo e svoltò l’angolo.

Scendeva da una stradina una ragazza vestita di rosso, con tanti fiori tra i lunghissimi capelli corvini e portava al guinzaglio una capra. Un petalo arrivò a Fernando che non si mosse d’un solo passo. Era immobile e la guardava avvicinarsi.

La ragazza aveva un’aria completamente indifferente, come se neanche avesse notato la presenza di quel Generale, fiero, a cavallo del suo destriero. E la ragazza continuava a cantare.

Fernando, per un poco, quasi credete d’avere avuto una visione, era come se non riuscisse realmente a capacitarsi di quella presenza. Gli pareva un sogno, un’apparizione leggera e sottile, come una ninfa o una fata, uno spirito di fiaba. Non sembrava appartenere alla realtà dei sensi, sembrava essere parte di qualche altrove, più in alto o più lontano, ma non quella polvere, non quella strada, non quel silenzio.

Lei gli passò accanto, gli passò accanto senza degnarlo d’uno sguardo, spargendo profumo e petali di fiore. Fernando rimase immobile, ancora per qualche secondo, poi, quando si accorse che la stava perdendo, d’istinto, le corse appresso.

- Signorina, Signorina… mi perdoni! Signorina…

Lei si voltò e, finalmente.

- Signorina…

- Dimmi, Signore. Desideri qualche ciliegia? Sono buone, sai. Le coltivo io sul tetto della Locanda. Guarda: quella è la Locanda, quella alta trentasette piani, a sette lati, costruita sull’argine del fiume. Vedi lassù spuntare i rami? Le coltivo lì. Vuoi qualche ciliegia? Però cosa mi dai in cambio?

Fernando era spaesato

- Sì, certamente… vorrei le sue ciliegie. Dieci, prendo dieci delle sue ciliegie, Signorina. Ed il suo nome, vorrei.

Disse arrossendo, il Generale.

- Il mio nome? E che te ne fai del mio nome, Signore?

- Lo vorrei sapere, Signorina.

- E quando lo sai? Che te ne fai, Signore?

Avrebbe voluto dirle che, almeno, sapendo il suo nome, avrebbe potuto chiamarla nei sogni che avrebbe fatto, perché sapeva con chiarezza che, da quell’attimo fino alla fine del mondo, non ci sarebbe stata una sola notte, un solo pensiero, una sola visione, una sola fantasia, una sola immagine della sua mente che non sarebbe appartenuta a quella creatura. Decise che neppure una fibra del suo corpo, neppure un brandello della sua anima sarebbe stato escluso da quel possesso, da quel darsi in dono e in pasto a quelle due labbra rosse di bambina e nulla, nulla al mondo avrebbe potuto evitarlo.

Eppure rispose:

- Quando lo so me lo posso ricordare per tornare a domandarle altre ciliegie, Signorina.

- Io ti do le mie ciliegie , ma tu che cos’hai da darmi in cambio?

- Il mio cavallo! Guardi, è bello e forte.

- Accetto, signore. Piacerà molto alla mamma il tuo cavallo, ne sono rimasti pochi e quelli li avete solo voi soldati. Eccoti dieci ciliegie, Signore, con il mio nome: Dolores. È così che mi chiamo, Signore.

- Dolores…

- Sì, Dolores…

Fernando scese da cavallo e tese le briglie alla ragazza, fissandola negli occhi nerissimi. Lei le strinse in mano, ricambiando lo sguardo di quel bizzarro signore dallo sguardo chiaro.

E disse:

- Lo chiamerò Bizzarro.

- Chi chiamerà Bizzarro, Signorina?

- Il cavallo.

- Perché?

- Perché così mi tornerai in mente tu.

Fernando non seppe precisamente che cosa dire. E rimase fermo, come di pietra, mentre Dolores ricominciava a camminare verso la piazza Centrale, indeciso sul dafarsi, si limitò a correrle nuovamente appresso.

Lei gli domandò se volesse altre ciliegie, lui le disse che era lei che voleva.

A Dolores la cosa parve estremamente divertente e quell’uomo sempre più bizzarro. Si mise a ridere dicendo soltanto che le andava bene e riprese il suo canto con lui che le camminava affianco.

Giunsero alla piazza e lei prese a svolgere i soliti affari.

Lui, nel frattempo, pensava: non ci voleva andare al fronte. Perché avrebbe dovuto? Non c’era nessuno a dirgli che cosa doveva pensare e lui pensava che, andare, fosse un’enorme baggianata. Perché avrebbe dovuto ora che aveva incontrato Dolores? Non la conosceva che da qualche ora, ma era certamente una ragione valida per restare.

Era questo che pensava il Generale degli occhi chiari, era questo che pensava quando non c’era nessuno a dirgli che cosa pensare.

Ora, però non poteva lasciare intendere al plotone 9999 le sue intenzioni: avrebbe fatto finta di nulla fino alle dieci del mattino seguente, alla stazione avrebbe fatto salire l’intero plotone su quel maledettissimo treno, li avrebbe fatti salire tutti, fino all’ultimo, com’era suo dovere e lui, lui sarebbe rimasto.

Nessuno se ne sarebbe accorto, non in tempo, per lo meno.

Non poteva partire. Lei cantava. L’aveva sentita cantare tra tutto quel silenzio, dopo mille secoli di silenzio lei cantava.

Non poteva lasciarla andare, perdere quella creatura per morire tra le grida, dopo una vita intera di silenzio. Non poteva morire in un grido dopo tutto quel silenzio. Non poteva accettare. Non ora che aveva visto che, dopo mille secoli di silenzio, c’era ancora una bambina che cantava.

Sarà una bambina che canta, quando, al mondo non è più rimasto null’altro che silenzio, sarà una bambina che canta nonostante tutto che ti spingerà a restare, quando sarebbe più semplice morire.

Dolores caricò il ricavato dal baratto delle ciliegie sul dorso di Bizzarro: fiammiferi, legna, pezza e stracci, candele e vedtiti. Poi, verso il tramonto, si avviò nuovamente verso casa cantando tenendo un cavallo per le briglie e una capra per un nastro di raso rosso.

Ma, vedendo che quel signore bizzarro non la seguiva più, Dolores si voltò:

- Non vieni con me, Signore?

- Vuoi che venga con te, Dolores?

Le disse, dandole finalmente del tu, senza timore.

- Sì, lo vorrei, mi piace come mi cammini accanto.

- E a me piace camminarti accanto, Dolores, non immagini neppure quanto. Tornerò da te domani mattina, verrò alla Locanda. Se non mi vedi tornare, però, se non mi vedi, ricordati soltanto che mi chiamo Fernando.

- Così, nei sogni, potrò chiamarti per nome?

- Sì, esatto.

Dolores si voltò e cantò e Fernando sorrise, quasi piangendo. Doveva farcela, doveva scamparla, questa guerra. Poi sarebbe fuggito lontano assieme a lei. Sarebbe stato perfetto. Sarebbero andati lontano, fino all’Oceano. Quando era bambino la nonna gli diceva sempre che, se avesse corso per anni verso dove tramontava il sole. Dopo aver corso per anni, sempre dietro al sole, avrebbe trovato l’Oceano, gli diceva, avrebbe trovato il confine, lì, dove non abitava più nessuno, solo qualche pescatore che non aveva mai sentito neppure narrare del silenzio del Capolinea, del Fronte e dei mille secoli di guerra. In pochi ricordavano la strada per quei posti, in pochi sapevano che l’Oceano esisteva, ma, sua nonna, diceva, sua nonna ci era nata e gli raccontava mille volte della sabbia e del sale e del sole che si specchiava sulle onde prima di morire e della schiuma e delle barche a vela e delle reti dei pescatori dalla pelle scura.

Sua nonna aveva tenuto a mente la strada, quando, con mamma e papà, era dovuta fuggire nell’entroterra per via di una lite tra le famiglie potenti della costa. Aveva tenuto alla mente ogni passo dei decenni di cammino, perché voleva che qualcuno, nella sua famiglia, qualcuno tornasse fino all’Oceano. Semplicemente tornasse. Tornasse a salutarlo tutto, a salutarlo fino alla fine, goccia per goccia, a salutarne ogni goccia per la bambina che, sulle barche a vela, lei era stata.

Sarebbero scappati prima che nuovi plotoni scendessero fino al Capolinea. Sarebbe sparito per sempre tra i pescatori dell’Oceano, ora che era libero di pensare, non pensava che a Dolores e questo gli bastava per rischiare di venire condannato come disertore. Ma non sarebbe successo, No. Nella posizione in cui era poteva permetterselo: li avrebbe fatti salire tutti e poi, si sarebbe dileguato.


domenica 18 maggio 2008

Mille secoli di silenzio. (parte1)

L’ultimo, arrugginito treno arrivò al fronte stridendo, il marchio delle Ferrovie dello Stato sbiadito nella rossa luce del tramonto.

L’Italia era di nuovo in guerra!

Treni, navi, aerei e macchinari vari: ormai si era perduta la conoscenza necessaria per costruirli. Se anche questo fosse stato distrutto, un’altra arte dell’età antica si sarebbe insabbiata per sempre.

Andrea scese dal vecchio treno con la testa bassa dopo decine e decine di ore di viaggio, scese da quel treno, tanto lungo da sembrare infinito. Scese con le altre migliaia di uomini. Portavano nello sguardo le sue stesse malinconie, il suo stesso terrore, l’avevano capito, mentre il treno avanzava, guardando le strade che, mano a mano, comparivano disseminate di cadaveri mutilati: da quel momento in poi sarebbero stati carne da macello.

UNO.

Partiva da qui, Andrea. Andrea partiva da me. Partiva da questa città, dalla nostra città. Dal cuore della nostra città.

Questa città, che ora è solo un immenso cumulo di rovine: ricordi di grandiosità accartocciati uno sull’altro.

Questa città di cui il mondo s’è scordato il nome.

Quel giorno, come oggi, in questa città, si sa soltanto di essere al capolinea.

Qui siamo il Capolinea. Da qui partivano i soldati, da questa rovinosa stazione veniva e andava quel maledettissimo treno.

L’ultimo treno. Il treno che mi aveva portato via Andrea, che portava via tutti, che ce li strappa dalle braccia. Al Capolinea si resta soli con la propria speranza. Si piange piano tutte, tutte noi, piangemmo piano. Era inevitabile. Loro lo sanno.

Resta solo la speranza di vederli tornare, ma dal treno non scese mai nessuno, perché al Capolinea si saliva. Li abbiamo visti sempre e solo salire. Non c’è nessuno che torna, solo le donne che abitano nei dintorni, tornavano lì ad aspettare per un po’, per qualche tempo dalla partenza di Lui.

Tornavano per lasciare che tornasse quel ricordo. Ciascuna nell’esatto punto in cui, l’ultima volta, l’aveva stretto. Il punto esatto, nessuna mai sbagliava. Lo stesso sguardo.

Tornavano nel punto esatto in cui le avevano spezzate.

Il treno ripartiva e nessuno scese mai.

La guerra ci rese simili. È una cosa che vidi lì, nel fondo degli occhi.

La guerra ci diede lo stesso sguardo, era inevitabile, lo sapevamo tutti.

È che stavamo aspettando.

Lo sai che passerà tanto tempo, forse tutta l’eternità e lo sai che Lui non ci sarà. Non ci sarà per tanto tempo, forse per tutta l’eternità. Nulla potrà evitarlo e puoi soltanto aspettare, l’unica cosa che è concessa: aspettare. E aspetti con il silenzio più assoluto dentro. Porti dentro il silenzio più assoluto.

È come un cerchio. Oppure una sfera, dentro, perfettamente incastonata. Dentro.

Non c’è altro. Non può esistere altro.

L’attesa è il silenzio più assoluto, qui al Capolinea.

Per non impazzire, facemmo silenzio.

Come una pausa. Una pausa nel brano. Come se un quartetto d’archi fosse stato fermato, bloccato lì, magari sul crescendo delle note. Fermato. Non sai se riprenderà a suonare.

L’archetto è ancora sulle corde, fermo sulle corde. Fermo.

Come se un quartetto d’archi fosse vittima d’un incanto: era questa la guerra al Capolinea.

Negli occhi della gente c’era la perfetta stasi. L’iride: il perfetto cerchio. Incastonata nell’anima, la sfera del silenzio.

Lui partì quando pioveva. Erano le dieci di un mattino di settembre. Pioveva a dirotto.

Ci lasciammo alla stazione, in quello stesso punto dove ritornavo sempre. Non avevamo molte parole e ci fissavamo negli occhi: i miei erano umidi, i suoi non erano più quelli di sempre. Me lo ricordo con una nitidezza insopportabile, perché portava uno sguardo che non gli avevo mai visto addosso e non lo seppi decifrare.

Non so dire che cosa pensasse mentre mi guardava piangere.

Non sai mai che cosa pensi di te, un uomo, quando ti vede piangere, quando ti vede piangere per lui.

- Io ti aspetto, Andrea. Io ti aspetto. Dovesse passare un’eternità intera, sarò qui ad aspettarti, te lo prometto.

Salì sul treno.

- Addio.

Mi guardò negli occhi e non lo seppi decifrare.

Il treno partì.

Pioveva a dirotto.

Tornammo a casa tutte quante. Eravamo tante. Alcune piangevano ancora, l’una sulla spalla dell’altra. Altre già avevano gli occhi del silenzio. Molte erano tornate soltanto per vedere se qualcuno, questa volta, sarebbe sceso da quel maledettissimo treno. Io puntavo lo sguardo a terra.

Sentivo soltanto la pioggia che batteva. Incessante. Su di me e sulla città che abbiamo smesso di chiamare per nome.

La pioggia. Il suono. Scrosciare, ticchettare…

Tornai alla locanda.

Era proprietà di famiglia da secoli. Alta trentasette piani e stretta, a sette lati, costruita sull’argine del fiume e bianca, di un candore inalterato, da sempre bianca, da quando ricordo.

Sempre vuota.

Entrai, mia madre lasciò cadere in terra la scopa e mi corse ad abbracciare nonostante fossi zuppa di pioggia.

- Come stai, bambina?

- Non lo so.

- Sei bagnata fradicia.

- Fuori piove.

Mi guardò con la sua vecchia dolcezza, mia madre, con quei suoi occhi neri di vecchio animale, scostandosi un poco per guardarmi meglio.

- Vuoi parlare?

- Sta capitando a tutti, mamma. Resta poco da dire. È la guerra di nuovo, mamma, e sapevamo che sarebbe successo, non ce l’ha detto nessuno, ma noi lo sapevamo. Altro non era rimasto da fare.

- Lo so, bambina. Lo diceva anche papà che prima o poi sarebbe successo, prima che lo portassero via. Era tanto tempo che aspettavamo, anche quella volta. Non ce lo dicono mai prima. Ma noi lo sappiamo quando il momento arriva. Basta un attimo e te li trovi alla porta, venuti da lontano, con al seguito, un corteo di altri condannati al fronte che si trascinano dietro da chissà dove. Li manda il Governo, ti dicono e ce li portano via un’altra volta. Vengono in tanti, bambina, arrivano così e ce li portano via i nostri uomini, a più riprese, a distanza di poco e li portano al treno...

- Fino a quando non resterà più nessuno, mamma. Non resterà nessuno.

Dolores, mia sorella, scese le scale. Portava tra le mani un cesto di frutta.

Noi eravamo fortunati, sul tetto della Locanda il sole batteva sempre, tutto quanto il giorno. Era alta la Locanda ed era stato bravo papà, prima che lo portassero via, la scorsa guerra, ci aveva fatto l’orto ed il frutteto, sul tetto della Locanda e ci aveva costruito un pollaio e insegnato i trucchi giusti per allevare galline e badare a Cecilia.

Cecilia era la capra.

Gironzolava per casa liberamente, su e giù per i trentasette piani, silenziosa come una gatta e brucava nel patio o sul prato di papà, sul tetto. Cecilia era ben educata e nessuno poteva dire quanto fosse vecchia. In famiglia si diceva che fosse con noi, alla Locanda, dallo scoppiare del primo di tutta questa eterna serie di conflitti, ma, della prima di quest’infinità di guerre, non c’era anima che portasse memoria.

Noi, avevamo il latte di Cecilia e le uova, la carne di pollo per le occasioni, la frutta e la verdura.

Venivano anche a barattare i vicini, le amiche di mamma, di tanto in tanto. In cambio ci davano di che vestirci, di che coprirci, legna, fiammiferi, candele…

Cecilia ce la invidiavano tutti.

Forse in campagna la vita era più facile. Forse. Non lo potevamo sapere. Erano anni che nessuno sapeva più niente.

La città era troppo grande, nessuno sapeva dove finisse. Quei pochi che partivano per andare a vedere, se tornavano, a piedi com’erano partiti, se tornavano sapevano dirti soltanto che c’erano vecchie case tra le macerie, qualche locanda e qualche bottega di artigiani, tutto uguale per distanze sterminate, era sempre tutto uguale.

Ci avevano insegnato gli anziani che qui si era in Italia, senza sapere che cosa volesse dire, ce lo avevano insegnato, ci avevano detto che c’era anche il Governo, da qualche parte, ma nessuno sapeva dove.

Sapevamo che il Governo decideva ogni cosa.

Se soltanto avessimo saputo dov’era il Governo, avremmo potuto domandarglielo il perché di tutto questo.

Forse questo tale, questo Governo, lo sapeva.

Ci si chiedeva spesso chi fosse questo Governo, maledetto e stramaledetto in ogni modo, da tutta la gente, ma era come prendersela con Dio o con il destino. Era distante chissà quanto. Ora mai, sembrava che fosse questo il naturale corso delle cose, di tutte le cose: la guerra. Tutte le nostre vite, ogni singola vita, nella spirale inesorabile dell’accadere.

La verità è che, inutilmente

e per sempre, per tutto il tempo che rimane, ci chiederemo soltanto se abbiamo davvero qualche colpa per tutto questo male, oppure, se lo potevamo evitare.

Ci chiederemo mille volte se davvero siamo stati noi ad infliggerci questa condanna.

Per sempre ci chiederemo se davvero, tutta questa rovina, in qualche modo, siamo noi che l’abbiamo scelta.

Se è vera quella storia che ci avevano raccontato, che noi, noi uomini possiamo scegliere, possiamo sempre scegliere. Per sempre,

per sempre ce lo chiederemo, perché, se davvero potevamo scegliere, se davvero potevamo…

Perché tutto questo sfacelo accade?

Perché tutto questo accade, se davvero potevamo scegliere?

È che, forse, si tratta di un disegno,

un tracciato già definito e perfetto, una sola traccia, una sola voluta ineluttabile, irrevocabile. Una figura, un profilo da portare a conclusione, una perfetta finitezza di cui siamo appena un germe di pelle.

Dolores, mia sorella, scese le scale, portava tra le mani un cesto di frutta.

Nacque poche ore dopo la partenza di papà per il fronte, in un piovoso giorno come questo.

Dolores era bella, molto più bella di me o di qualunque altra creatura io avessi mai visto. Non c’è essere umano che non si sia voltato a guardare Dolores che passava.

Aveva quindici anni in quei giorni e non sembrava appartenere a quelle strade, no, lei No. Non sembrava appartenere a quei cumuli di cemento collassato su sé stesso. Non sembrava appartenere alle macerie o alla fame o al freddo degli inverni. Non sembrava che i suoi vestiti fossero sporchi, neppure dopo ore passate a zappare la terra e il suo viso non pareva mai stanco. Dormiva sorridendo, Dolores e pareva non patire mai nulla.

Dolores non ci apparteneva.

Aveva gli occhi grandi e neri, come quelli della mamma, la pelle color latte e i capelli, corvini, lunghi fino alle caviglie.

Era bella, ma di un’altra consistenza, come se la sua presenza fosse stata di petali nell’aria, quelli che la precedevano quando arrivava, strappati dai fiori che infilava tra le trecce.

Di tanto in tanto, Dolores, prendeva Cecilia e, al collare, le annodava un nastro di raso rosso come guinzaglio, la portava con sé per le strade a passeggiare o fino alla piazza, per il mercato.

(Fu in uno di quei giorni che conobbe il Generale Fernando Della Riva.)

Dolores, mia sorella, scese le scale, portava tra le mani un cesto di frutta.

Mi disse soltanto:

- Ciao, Adela.

Le risposi e non mi sorpresi della sua totale mancanza di pena per la partenza di Andrea. Dolores era come se fosse stata anestetizzata alla nascita e per sempre: il mondo non poteva farle male. E neppure fingeva.

Quel mattino, portava un antico vestito di lino amaranto, stretto in vita. Con tutta la sua solita bellezza mi passò davanti senza degnarmi d’uno sguardo.

Uscii nel patio, quel giardino circolare e circondato da macerie di altre antiche costruzioni e ancora pioveva.

Scrosciava, ticchettava…

Io rimasi sotto al portico, Dolores stava distesa nel fango, nel mezzo del prato.

Mi rollai una sigaretta e fumai lentamente. Io cominciai a piangere senza singhiozzi, solo lacrime e pioggia che

scrosciava, ticchettava…

neppure un singhiozzo. Silenzio. Feci silenzio per non impazzire, non un fiato dalle mie labbra, neppure un fiato, per non impazzire: silenzio.

Dolores si alzò quando smise di piovere, pulita, fresca, come se il fango neppure l’avesse sfiorata. Mi passò accanto con il vestito appiccicato alla pelle e mille gocce sul viso, entrò in casa mentre io fumavo ancora un’altra sigaretta: trecce di fumo e le ultime gocciole ancora cadevano dalla grondaia del portico. Io che tacevo.

Vidi il mio fumo venire investito da un raggio di sole aranciato, d’improvviso, che non me n’ero neppure accorta e già tramontava.



giovedì 15 maggio 2008

18 anni... Blanc de ta nuque! :)

eccomi qui! ...sono MAGGIORENNE, gente!!!
cazzo.... è una di quelle cose che aspetti per una vita... e poi...PUF! magia! ti svegli e l'attesa è finita!
in realtà non è che sia cambiato molto da ieri, eppure questa notte non chiudevo occhio all'idea!

e pensare che lo scorso anno mi svegliai al mattino e, al primo che mi fece gli auguri, risposi: "Auguri per cosa?" pessimo.... :)

comunque sia... il punto è: oggi ho ricevuto il regalo più bello che mai mi fosse stato fatto... il Gugly ha postato alcune delle mie poesie nel suo blog.
è splendido per me poter essere letta!!! sarà che ho manie di protagonismo, ma la cosa mi rende a dir poco felice... anche se non è soltanto quello, ma ora non mi va di dilungarmi...
piuttosto... già che ci siete... andate a darci un'occhiatina! ;)

l'indirizzo è: golfedombre.blogspot.com

un GRAZIE infinito a Stefano, ma già lo sa che gli devo tutto! :)

un bacione a tutti!

Patty!

giovedì 8 maggio 2008

questa storia


Figlia, perchè balli da sola sulla pista deserta di questa notte mancata, in mezzo a uomini già spariti e sospiri immaginari? Che tempo conta il tuo cuore malato di lentezza e presunzione, per arrivare sempre all'ora inutile? Non aspetteranno ancora il tuo splendore, e la mia fierezza morirà di stenti. Sia clemente il castigo, per tanto spreco. E accorto l'angelo che veglia sulle nostre solitudini.

Se Libero Parri non era ateo e socialista era solo per mancanza di tempo. Si trattava di trovare un paio d'ore per informarsi un po' e lo sarebbe diventato. Nel frattempo, odiava i preti.

E' importante vedere come la gente sceglie i nomi. Morire e dare nomi - non si fa altro di sincero, probabilmente, per tutto il tempo che si campa.

se ami qualcuno che ti ama, non smascherare mai i suoi sogni. Il più grande e illogico sei tu.

Quella sensazione mentre suonavo in mezzo alla campagna.
Non dimenticarla.
Stare attenta a non vivere completamente priva di qualsiasi dolcezza. Avere la presunzione di nutrirsi solo
Clemente. Ripetermi mille volte la parola clemente. Clemenza.
invoco la clemenza di
Un temporale clemente.
Una risposta clemente.
Sarò clemente.

Sono il requiem che suona alle vostre porte di campagna sono nella vostra mente il morbo che viene da lontano sono la polvere negli occhi e il nero sotto le unghie - sono il requiem labbra belle da baciare - sono principessa e principe, drago e spada - sono una notte di incendi da domare Sono un requiem principessa. Amen.

Sono scarabocchi.
No, dice.
Cosa ci vedi?
Tentativi, dice.
Tentativi di cosa?
Di riassumere lo spazio, dice.
Cosa vuol dire riassumere lo spazio?
Vuol dire possederlo, dice.
E cosa te ne fai dello spazio, quando lo possiedi?
Lo metti in ordine, dice
Lo spazio è disordinato?
Sì, dice.
Lo spazio è disordinato.

Perchè sei sempre triste?, gli ho chiesto.
Non sono triste.
Sì che lo sei.
Non è quello, mi ha detto. Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora lì è felice. Il resto de4l tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Quando aspetti o ricordi non sei nè triste nè felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando o ricordando : non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.
Io sto aspettando, mi ha detto.
Cosa?
Sto aspettando di fare ciò per cui cono nato.

Ma forse è vero quello che dice lui, e ogni cammino è circolare, e non porta da nessuna parte, ma dentro a se stesso, perchè troppo fitta è la nebbia della nostra paura e illusorie le strade che sembrano portare altrove.

Scrivere, ho scritto tanto. Ma scrivere è una forma sofisticata di silenzio.

Ma lui aveva l'ombra d'oro, e lei era innamorata di lui. E lo è ancora. E non smetterà mai di esserlo perchè è per questo che lei è nata.

Noi due non abbiamo amato nessun altro. Era brutto, strano, inavvicinabile. Ma noi abbiamo sempre saputo che nella sua ombra d'oro ci saremmo salvate.Lui avrebbe ricomposto il mondo ogni volta che noi l'avessimo spaccato, e accanto a lui sarebbe stato possibile essere noi stesse. E così è stato.

era sicuramente la donna della sua vita.
-E perchè?
-Perchè era cattiva. Era matta, cattiva, e tutta sbagliata. Era vera, se capisce cosa voglio dire. Era una strada piena di curve assurde, e correva in aperta campagna, senza preoccuparsi mai di tornare. Senza nemmeno sapere bene dove stava andando.
Fece una piccola pausa.
-Era una di quelle strade su cui ci si ammazza.
Stavano lì, tenendosi per mano, e l'uomo stava dicendo qualcosa di sè. Qualcosa che veniva proprio da lontano, da un punto molto dentro di lui.
-E' che io non ho mai avuto altra possibilità che essere un bambino buono. Avevo capito che fosse quello il sistema di salvarsi.
Sembrò cercare con gli occhi qualcosa nell'aria.
-Ma forse non è così.

Alessandro Baricco.


lunedì 5 maggio 2008

le mie poesie

il gesto. senza pronunciare.
senza compiermi la traccia.
mi porti le mani? oppure:
mille notti senza sonno mentre
c'è lei a condurmi terminando
in arco. ancora e
ancora ti ho levigato intanto.
conservandoti l'essenza e
le gocce. quanto
resta e la voce nel pigmento
di sguardo, il
frammento e quella luce quando
scorderai come
mi chiami?
ed io ancora e
ancora. ti ho percorso il tratto
col colore esatto
del tuo passare.
piano.
piano ho contratto
ogni strato. ho pensato.
disfatto ogni panno.
aspettando che fosse
sempre troppo tardi.

non è questo in nostro pianto.
è questa la voce. identici d'incanto.
terminando quando
vuoi?
non è questo che è rimasto.
lei che porta la delizia
del mio gemito.
il fremito. confesso:
ripeto speculare
il principio. la forma. la
visione del passaggio:
non pensavo. eppure rimango.
ma per quanto? credono bene.
io posso stentare. per sempre incarnando
fibra mobile.
nutrendomi di tatto? degenerando.
da te ad altro. in quanto
ingoio.

non è questo stagno.
è altro
l'inferno che ci sta spezzando.

giovedì 1 maggio 2008

qualcosa era successo

questo che posto è uno dei tanti, splendidi racconti di Dino Buzzati, facente parte della raccolta "il crollo della baliverna".

ho deciso di postare questo racconto, perchè, per me, per anni ha rappresentato una vera e propria ossessione!!!
cominciò tutto in terza media, quando la prof ci diede delle fotocopie da leggere per casa con questo racconto stampato. il compito era fare una di quelle cose idiote che ti fanno odiare la letteratura: scriverci il finale! mi ricordo nettamente che, per me era perfetto così, che l'avrei storpiato concludendolo. mi ricordo che pensai che questo racconto era uno splendore, che non andava toccato in una sola delle sue virgole!
non feci il compito per casa e non risposi neppure alle domande che, il giorno seguente la prof diede da fare in classe. cose del tipo: "che cosa rappresenta per te il treno che corre verso il luogo da cui tutti scappano?". mi rifiutai, ma non tanto per essere sovversiva, quanto perchè non sapevo che cosa dire...ma non sapevo neppure dire perchè non ci riuscivo! presi anche una nota...beh...nè la prima nè l'ultima nel corso della mia carriera scolastica! :)
comunque sia... se non sapevo che cosa dire... un motivo c'era!
è una completa idiozia tentare di razionalizzare quasta trama. questo racconto è sensazione. non è altro che sensazione. intessuta perfettamente tra queste righe c'è l'ansia. si tratta di terrore, di panico, del più completo smarrimento...effettivo o interiore, che sia.
è una metafora di qualcosa non dicibile altrimenti, fine sè stessa, non vuole essere la morale della favola! questa non è una favola.

ma non finisce qui... passò del tempo ed io mi dimenticai della vicenda. di tanto in tanto, alla notte, però... io me lo sognavo. io sognavo questo racconto. non in maniera consapevole(non sapevo di sognare Buzzati), a volte più e a volte meno nitidamente, ma sognavo l'identica sensazione che mi procura leggere questo racconto.
mi era venuta la voglia di leggerlo nuovamente, ma avevo scordato autore e titolo, mi era dunque impossibile ritrovarlo. non chiesi in giro più di tanto e la cosa andò sfumando nella mia memoria, anche se, ancora, qualche volta lo sognavo.

pochi giorni fa, il nostro Gugly mi ha dato da leggere una raccolta di racconti, appunto di Buzzati. Molti li avevo già letti tra la prima e la seconda superiore...tipo "il Colombre"... un po' qua e là. arivata a pagina 175... qualcosa... qualcosa, appunto, mi successe!
sono riuscita a rileggere dopo 5 anni quella storia assurda che tanto mi aveva dato noia!
è stato un piacere immenso poterla riavere tra le mani!!! sono contenta! :)))

Leggetevela qui......
vi assicuro che ne vale la pena!

Besos! :)



Il treno aveva percorso solo pochi chilometri (e la strada era lunga, ci saremmo fermati soltanto alla lontanissima stazione d'arrivo, così correndo per dieci ore filate) quando a un passaggio a livello vidi dal finestrino una giovane donna. Fu un caso, potevo guardare tante altre cose invece lo sguardo cadde su di lei che non era bella né di sagoma piacente, non aveva proprio niente di straordinario, chissà perché mi capitava di guardarla. Si era evidentemente appoggiata alla sbarra per godersi la vista del nostro treno, superdirettissimo, espresso del nord, simbolo per quelle popolazioni incolte, di miliardi, vita facile, avventurieri, splendide valige di cuoio, celebrità, dive cinematografiche, una volta al giorno questo meraviglioso spettacolo, e assolutamente gratuito per giunta.

Ma come il treno le passò davanti lei non guardò dalla nostra parte (eppure era là ad aspettare forse da un'ora) bensì teneva la testa voltata indietro badando a un uomo che arrivava di corsa dal fondo della via e urlava qualcosa che noi naturalmente non potemmo udire: come se accorresse a precipizio per avvertire la donna di un pericolo. Ma fu un attimo: la scena volò via, ed ecco io mi chiedevo quale affanno potesse essere giunto, per mezzo di quell'uomo, alla ragazza venuta a contemplarci. E stavo per addormentarmi al ritmico dondolio della vettura quando per caso - certamente si trattava di una pura e semplice combinazione - notai un contadino in piedi su un muretto che chiamava chiamava verso la campagna facendosi delle mani portavoce. Fu anche questa volta un attimo perché il direttissimo filava eppure feci in tempo a vedere sei sette persone che accorrevano attraverso i prati, le coltivazioni, l'erba medica, non importa se la calpestavano, doveva essere una cosa assai importante. Venivano da diverse direzioni chi da una casa, chi dal buco di una siepe chi da un filare di viti o che so io, diretti tutti al muriccioio con sopra il giovane chiamante. Correvano, accidenti se correvano, si sarebbero detti spaventati da qualche avvertimento repentino che li incuriosiva terribilmente, togliendo loro la pace della vita. Ma fu un attimo, ripeto, un baleno, non ci fu tempo per altre osservazioni.

Che strano, pensai, in pochi chilometri già due casi di gente che riceve una improvvisa notizia, così almeno presumevo. Ora, vagamente suggestionato, scrutavo la campagna, le strade, i paeselli, le fattorie, con presentimenti ed inquietudini.

Forse dipendeva da questo speciale stato d'animo, ma più osservavo la gente, contadini, carradori, eccetera, più mi sembrava che ci fosse dappertutto una inconsueta animazione. Ma sì, perché quell'andirivieni nei cortili, quelle donne affannate, quei carri, quel bestiame? Dovunque era lo stesso. A motivo della velocità era impossibile distinguere bene eppure avrei giurato che fosse la medesima causa dovunque. Forse che nella zona si celebravan sagre? Che gli uomini si disponessero a raggiungere il mercato? Ma il treno andava e le campagne erano tutte in fermento, a giudicare dalla confusione. E allora misi in rapporto la donna del passaggio a livello, il giovane sul muretto, il viavai dei contadini: qualche cosa era successo e noi sul treno non ne sapevamo niente.

Guardai i compagni di viaggio, quelli dello scompartimento, quelli in piedi nel corridoio. Essi non si erano accorti. Sembravano tranquilli e una signora di fronte a me sui sessant'anni stava per prender sonno. O invece sospettavano? Sì, sì, anche loro erano inquieti, uno per uno, e non osavano parlare. Più di una volta li sorpresi, volgendo gli occhi repentini, guatare fuori. Specialmente la signora sonnolenta, proprio lei, sbirciava tra le palpebre e poi subito mi controllava se mai l'avessi smascherata. Ma di che avevano paura?

Napoli. Qui di solito il treno si ferma. Non oggi il direttissimo. Sfilarono rasente a noi le vecchie case e nei cortili oscuri vedemmo finestre illuminate e in quelle stanze - fu un attimo - uomini e donne chini a fare involti e chiudere valige, così pareva. Oppure mi ingannavo ed erano tutte fantasie?

Si preparavano a partire. Per dove? Non una notizia fausta dunque elettrizzava città e campagne. Una minaccia, un pericolo, un avvertimento di malora. Poi mi dicevo: ma se ci fosse un grosso guaio, avrebbero pure fatto fermare il treno; e il treno invece trovava tutto in ordine, sempre segnali di via libera, scambi perfetti, come per un viaggio inaugurale.

Un giovane al mio fianco, con l'aria di sgranchirsi, si era alzato in piedi. In realtà voleva vedere meglio e si curvava sopra di me per essere più vicino al vetro. Fuori, le campagne, il sole, le strade bianche e sulle strade carriaggi, camion, gruppi di gente a piedi, lunghe carovane come quelle che traggono ai santuari nel giorno del patrono. Ma erano tanti, sempre più folti man mano che il treno si avvicinava al nord. E tutti avevano la stessa direzione, scendevano verso mezzogiorno, fuggivano il pericolo mentre noi gli si andava direttamente incontro, a velocità pazza ci precipitavamo verso la guerra, la rivoluzione, la pestilenza, il fuoco, che cosa poteva esserci mai? Non lo avremmo saputo che fra cinque ore, al momento dell'arrivo, e forse sarebbe stato troppo tardi.

Nessuno diceva niente. Nessuno voleva essere il primo a cedere. Ciascuno forse dubitava di sé, come facevo io, nell'incertezza se tutto quell'allarme fosse reale o semplicemente un'idea pazza, allucinazione, uno di quei pensieri assurdi che infatti nascono in treno quando si è un poco stanchi. La signora di fronte trasse un sospiro, simulando di essersi svegliata, e come chi uscendo dal sonno leva gli sguardi meccanicamente, così lei alzo le pupille fissandole, quasi per caso, alla maniglia del segnale d'allarme. E anche noi tutti guardammo l'ordigno, con l'identico pensiero. Ma nessuno parlò o ebbe l'audacia di rompere il silenzio o semplicemente osò chiedere agli altri se avessero notato, fuori, qualche cosa di allarmante.

Ora le strade formicolavano di veicoli e gente, tutti in cammino verso il sud. Rigurgitanti i treni che ci venivano incontro. Pieni di stupore gli sguardi di coloro che da terra ci vedevano passare, volando con tanta fretta al settentrione. E zeppe le stazioni. Qualcuno ci faceva cenno, altri ci urlavano delle frasi di cui si percepivano soltanto le vocali come echi di montagna.

La signora di fronte prese a fissarmi. Con le mani piene di gioielli cincischiava nervosamente un fazzo1etto e intanto i suoi sguardi supplicavano: parlassi, finalmente, li sollevassi da quel silenzio, pronunciassi la domanda che tutti si aspettavano come una grazia e nessuno per primo osava fare.

Ecco un'altra città. Come il treno, entrando nella stazione, rallentò un poco, due tre si alzarono non resistendo alla speranza che il macchinista fermasse. Invece si passò, fragoroso turbine, lungo le banchine dove una folla inquieta si accalcava anelando a un convoglio che partisse, tra caotici mucchi di bagagli. Un ragazzino tentò di rincorrerci con un pacco di giornali e ne sventolava uno che aveva un grande titolo nero in prima pagina. Allora con un gesto repentino, la signora di fronte a me si sporse in fuori, riuscì ad abbrancare il foglio ma il vento della corsa glielo strappò via. Tra le dita restò un brandello. Mi accorsi che le sue mani tremavano nell'atto di spiegarlo. Era un pezzetto triangolare. Si leggeva la testata e del gran titolo solo quattro lettere. IONE, si leggeva. Nient'altro. Sul verso, indifferenti notizie di cronaca.

Senza parole, la signora alzò un poco il frammento affinché tutti lo potessero vedere. Ma tutti avevamo già guardato. E si finse di non farci caso. Crescendo la paura, più forte in ciascuno si faceva quel ritegno. Verso una cosa che finisce in IONE noi correvamo come pazzi, e doveva essere spaventosa se, alla notizia, popolazioni intere si erano date a immediata fuga. Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del Paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno no, il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell'esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!

Mancavano due ore. Tra due ore, all'arrivo, avremmo saputo la comune sorte. Due ore, un'ora e mezzo, un'ora, già scendeva il buio. Vedemmo di lontano i lumi della sospirata nostra città e il loro immobile splendore riverberante un giallo alone in cielo ci ridiede un fiato di coraggio. La locomotiva emise un fischio, le ruote strepitarono sul labirinto degli scambi. La stazione, la curva nera delle tettoie, le lam- pade, i cartelli, tutto era a posto come il solito.

Ma, orrore!, il direttissimo ancora andava e vidi che la stazione era deserta, vuote e nude le banchine, non una figura umana per quanto si cercasse. Il treno si fermava finalmente. Corremmo giù per i marciapiedi, verso l'uscita, alla caccia di qualche nostro simile. Mi parve di intravedere, nell'angolo a destra in fondo, un po' in penombra, un ferroviere col suo berrettuccio che si eclissava da una porta, come terrorizzato. Che cosa era successo? In città non avremmo più trovato un'anima? Finché la voce di una donna, altissima e violenta come uno sparo, ci diede un brivido.

" Aiuto! Aiuto! " urlava e il grido si ripercosse sotto le vitree volte con la vacua sonorità dei luoghi per sempre abbandonati.