sabato 26 aprile 2008

Cristina Annino

le poesie che posto sono di Cristina Annino, scelte dalla sua ultima raccolta: "casa d'aquila".
oltre ad essere una splendida persona, Cristina è una splendida poetessa, originale.
mi piace il legame che ha con determinati elementi naturali, come la pioggia, con l'acqua in genere... ma anche con il fuoco, e poi quella contrapposizione tra terra e cielo, spesso ripetuta.
adoro le sue atmosfere... dense di vita e di presenza.
posto quelle poesie nelle quali è maggiore il legame con il mio modo di sentire, quei testi nei quali si specchia maggiormente la mia indole. questo perchè questo blog non pretende di fare critica, ma, semplicemente, come un contenitore, un po' come un diario, di raccogliere quanto più profondamente mi ha toccata nei passaggi della mia vita.

buona lettura.


Sinfonia per S.

Non avevano mai
scritto lettere insieme, eppure lui
si portava dietro
quella carta intestata. Sempre. Davvero,
lui l'amava in quel modo, e basta.
Però lei lo
raccaterebbe di nuovo per strada,
-il cuore massacra lentamente le
cose, c'è tempo, eccome!- e lo
riporterebbe a casa, nel colore più
senza per stare ancora nel fuoco
di differenza tra loro.


Rispondere è obbligo

le pizzerie sono lei, la demenza
luminosa, gli angoli, i crocevia e le
salite. Lei
è il senso terreno che ho, i guizzi
muscolari se spacco le dita al muro.
Ma quanti
amori, che tu sappia durano sulla
terra? Se lo sai. Oppure quanti
assassinii dovremmo fare, quanto
leggere, lingua sul terreno, tirandoci il
cucchiaio sulle labbra? Quante
ore ci darai per non finirla così, zampino
nel tegame, a friggere.


Ora mai, la sua Bella

Stà con la
Follia dentro casa. Spesso la
mette al muro davanti al
lettone ricciuto "sii per favore una
zuppa di triglie e mortifera quanto
il mare". La
scuoierà, e intanto la
palpa succhiando tempeste con
la mano conifera. Stando così, lui
muto tocca il fondo di
sé, con quel
suo modo di fumare unico, col
resto anche e la Gran Cotta. Non
racconta di lei niente a nessuno.

lunedì 14 aprile 2008

senza sangue

Come può essere vertiginoso il tempo. Dove sono io?, si chiese l'uomo. Qui o allora? Sono mai stato in un attimo che non fosse questo?


Io per un attimo ebbi l'assoluta certezza che lei sarebbe uscita da lì, e mi sarebbe passata accanto, senza dire una parola.
L'uomo scosse leggermente il capo.
-Però non accadde nulla, perchè alla vita manca sempre qualcosa per essere perfetta.


- Per quanto uno si sforzi di vivere una sola vita, gli altri ce ne vedranno dentro altre mille, e questa è la ragione per cui non si riesce ad evitare di farsi del male.


Poi la donna disse qualcosa su una festa di tanti anni prima, dove c'era un famoso cantante che l'aveva invitata a ballare. A bassa voce raccontò che lui era vecchio, ma si muoveva con grande leggerezza, e prima che finisse la musica le aveva spiegato come il destino di una donna sia scritto nel modo che ha di ballare. Poi le aveva detto che lei ballava come se farlo fosse un peccato.


Allora pensò che per quanto la vita sia incomprensibile, probabilmente noi la attraversiamo con l'unico desiderio di ritornare all'inferno che ci ha generati, e di abitarvi al fianco di chi, una volta, da quell'inferno ci ha salvato. Provò a chiedersi da dove venisse quell'assurda fedeltà all'orrore, ma scoprì di non avere risposte. Capiva solo che nulla è più forte di quell'istinto a tornare dove ci hanno spezzato, e a replicare quell'istante per anni. Solo pensando che chi ci ha salvati una volta lo possa poi fare per sempre. In un lungo inferno identico a quello da cui veniamo. Ma d'improvviso clemente. E senza sangue.


Alessandro Baricco.

venerdì 11 aprile 2008

la pioggia nel pineto

piove, piove e ripiove... questa mattina mi sono svegliata verso le 10.00... e pioveva, mi sono svegliata con la casa vuota e soltanto il rumore della pioggia.

così, sapete com'è... come quando hai una canzoncina per la mente che non riesci a fare a meno di canticchiare? allo stesso modo, mi sono svegliata e avevo per la testa D'Annunzio con la sua "pioggia nel pineto"... non sarà certo una scoperta per nessuno, questa splendida poesia che posto, ma, magari, può essere per tutti una buona occasione per rileggerla che, se pure lì da voi piove, vi assicuro che ha proprio un bell'effetto! :)

buona lettura!!!!


Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, Ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani

ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.


venerdì 4 aprile 2008

storia dell'occhio

Ho letto in poche ore, questa notte, questo libro: "storia dell'occhio" di Georges Bataille. Romanzo erotico, viene definito...
Sono pagine colme di eccesso, senza uno scopo che non sia l'annientamento. Un baratro inesorabile: il sesso. E sembra sia l'unica cosa realmente in grado di esistere, in questo romanzo, il resto del mondo è soltanto un'ombra, un contorno offuscato a quell'unica fiamma, generatrice e divoratrice, che è l'erotismo, un vortice privo di qualsiasi razionalità.

Queste sono esclusivamente mie impressioni, personalmente posso dire di essere rimasta un poco turbata dallo sfacelo che presentano quelle pagine, forse proprio perchè sono ancora qui che mi sforzo di trovare una ragione ad una storia che ne è priva.


Riporto alcuni passaggi:

"Mi allungai allora sull'erba. Appoggiai la nuca su una pietra piatta e rimasi disteso, ad occhi aperti, rivolti alla via Lattea: strana macchia di sperma astrale e di orina celeste attraverso la volta cranica delle costellazioni: ferita aperta in mezzo al cielo, apparentemente formata da vapori ammoniacali divenuti brillanti nell'immensità - nello spazio vuoto in cui si lacerano come il grido di un gallo nel silenzio - un uovo, un occhio cavato o il mio cranio abbagliato, incollato alla pietra, rinviandone all'infinito le immagini simmetriche."

"Ad altri l'universo sembra onesto. Sembra onesto alle persone oneste perchè hanno gli occhi castrati. E' per questo che temono l'oscenità. Non provano alcuna angoscia se sentono il canto del gallo o se si accorgono del cielo stellato. Generalmente, godono i
piaceri della carne a condizione che siano scipiti. Ma già da allora non c'erano più dubbi: non amavo quelli che eufemisticamente si chiamano piaceri della carne, forse proprio perchè sono senza sapore. Amavo ciò che si giudica come osceno."

"Gli impulsi contrari che disponevano di noi quel giorno si neutralizzavano, lasciandoci ciechi.
Essi ci situavano ben lontani, in un mondo in cui i gesti sono senza efficacia, come delle voci in uno spazio che non è sonoro."