
questa è la mia ultima poesia. il frutto di svariate notti insonni. è nata da un immagine che mi tartassava la mente. e, per quanto mi riguarda, credo di essere riuscita a ricrearla in questo testo. un immagine che mi ha dato da pensare, condita poi con i diversi figli della mia paranoia... ad esempio i mille secoli di silenzio e quelle classiche scarpette rosse, a cui non sono ancora riuscita ad attribuire un vero e proprio significato.
mi dite di essere in molti a passare per questo mio blog, ma siete in pochi a commentare. non abbiate paura! mica vi mangio se mi dite che ne pensate! lasciatemi qualche segno di vita, di tanto in tanto! BUONA LETTURA!
piansi. quando intesi.
ho inteso. mi stai chiamando.
chiami. me.
da quei tuoi luoghi. lontani. mi chiami. mentre non sei qui. mentre.
noi. noi siamo. ed io.
io fuori dalla porta.
metto le scarpette quelle notti. quelle notti.
ed un vestito rosso. per quelle notti.
mentre siedo ad aspettare alla tua soglia. ad aspettare.
mille secoli ancora. silenzio.
-non ti hanno insegnato a raccontare le bugie alle bambine?-
ma cammino ora mai. cammino. sul tuo tetto. quelle notti.
sul tuo tetto. sulle mie gambe. sulle mie gambe bianchissime.
e le scarpette in una mano. scalza sul tuo tetto.
le scarpette (quelle rosse) in una mano e il mio vestito.
rosso. addosso.
sarà che non confessi. e non cessi. di celare.
ma non sconfessi se oso.
quel tuo denso abuso. di tutto il bianco. il bianco dell’anima. la mia.
dispersa. in coriandoli. presa e persa. pensa poi.
che taci. taci le tue iridi. taci ma vedi. e mi vedi e preghi.
spesso. taci. ma taci e non neghi. e vedi e preghi.
ma io piansi. sul tuo tetto. sentendoti chiamare.
aprire le finestre. quel mattino. piansi.
e mi chiami e mi chiamavi. mi chiamasti per nome.
quel mattino che quasi. quasi albeggiava.
che sono cose. sono cose mie. è questo. che ci si chiede spesso.
se sia vuoto o sia nulla. se sia.
sia poi qualcosa.
se distinguessi se potessi.
se ti leggessi ancora la mia sagoma negli occhi.
se sapessi distinguermi i pezzi.
i pezzi e i precipizi della pelle. se.
sullo stacco dei miei fianchi morissi.
-se tu morissi al distacco?-
è che non ci hanno mai raccontato sul serio.
sul serio come vanno queste cose.
sarà poi. poi. che. che tendiamo i nostri fili.
e le nostre fibre di pelle.
oltre. oltre i vetri ed i cristralli. oltre.
oltre le nostre brevi distanze.
-come fanno tutti-
e crediamo e cediamo. nelle nostre stanze.
chiusi in quelle stanze.
-come tutti-
segna. segna a penna rossa. rossa.
sul mio ventre bianco una traccia. che rimanga. -come sempre-
e bacia la goccia prima che l’ileo. l’ileo. lungo la sua scia.
lungo la scia l’inghiotta.
provarono a darci dei nomi. dei luoghi.
ma non si spiega poi come si finisca. si finisca.
perché poi si finisce con poche tracce lasciate. a penna rossa.
-a penna rossa sui fianchi delle bambine-
come poi si finisca a morire –e morirne-
a finire lontano o lontanamente.
mentre non cessa non cessa il mondo.
attorno e tutta questa gente che mi vede a danzare di notte.
di notte sul tuo tetto.
e tutta questa gente che non crede e guarda e chiede.
ai suoi occhi. chiede.
come si possa danzare sui tetti mille secoli.
per mille secoli danzare sui tetti. vestiti di rosso. sui tetti.
ma lo sappiamo bene perché lo sanno loro che.
lo sanno che il tempo divide. e vede.
aggiungendo patine agli occhi nostri. ribelli al gergo comune.
quel gergo che i fatti.
che i fatti li chiama per nome.
ma non ci hanno mai spiegato veramente come vanno queste cose.
perché al mondo non piace che accada.
che cada il mondo ai nostri piedi.
provarono a darci un nome.
ma io cominciai a ballare sul tuo tetto.
sul tuo tetto con le mie. le mie scarpette rosse.
e il mio vestito di seta soltanto. di seta rossa.
e ti rubai i fiori dal giardino.
in un plenilunio. e ti rubai i gelsomini e la mandragora.
che cresceva.
cresceva al patibolo dei nostri deliri.
per morirne al grido. ma per poco. ma senza. senza riuscirvi.
te ne privai per averti poi. poi steso ai piedi.
ai piedi che mi pregavi. mi pregavi di rendertela.
ma senza convinzione.
ma piansi. piansi poi. quella notte.
quella notte che quasi albeggiava.
quando compresi. intesi che mi chiamavi.
dalle tue finestre aperte. ma non scesi dal tuo tetto.
per entrare. per entrare come un gatto o per farti entrare.
-per farti entrare se preferisci-
si fermò al margine. al bordo. delle mie labbra. al crollo.
al crollo. sta inciso al mio bilico.
all’intimo del mio bilico il tuo nome.
in penna rossa. rossa e lungo. lì. lungo l’ileo. inciso e fermo.
ma non mossi un labbro quella notte. che ballavo.
che ballavo sul tuo tetto.
quando avremmo potuto dirci tutto.
ma si dice. si dice che sia tardi. quando ora mai tu mi piangi.
ed io piango sul tuo tetto e non rimpiango.
la tua mano al bilico. –sfumo-
il profumo e l’opacità del fumo.
–posso solo immaginare come sarà o sarebbe stato-
in questa stasi come tante. di non essere ed essere in attesa.
piangendoci e distinguendoci come disperate sagome.
sagome d’etere.
in questo silenzio che ci parla del fondo e del rovescio dei
nostri corpi.
dei nostri corpi e le nostre viscere schiuse al morso.
e l’inverso d’ogni cosa. d’ogni cosa.
ed il rovescio. il rovescio d’ogni lacrima.
l’indistinto disperso. chiaro e denso.
tutto quello che fingiamo.
e.
tutto quello che fingiamo di dire e dimenticare.
per non morirne.
per non morirne
o non morire.